Ventura: 'gattuso vive un incubo, ma il calcio italiano è malato da tempo'
Il veleno continua a serpeggiare nel calcio italiano. Mentre la Nazionale digerisce l'ennesima mancata qualificazione ai Mondiali, le voci si fanno sempre più roche, e l'ex ct Giampiero Ventura, ospite a “Radio Anch’io Sport”, non ha lesinato critiche al sistema, più che all'allenatore estromesso. Un'analisi spietata, a tratti dolorosa, che riapre vecchie ferite e solleva interrogativi urgenti sul futuro del nostro pallone.
La responsabilità non è solo di gattuso
“Non è tutta colpa dei ct, è evidente. Gattuso ha le sue responsabilità, ma il problema è di cultura, di sistema. Facciamo sempre finta di niente”, ha dichiarato Ventura, con una lucidità che rasenta la rassegnazione. Un’ammissione che scuote le fondamenta di un calcio che continua a inseguire chimere, senza mai affrontare le vere cause dei suoi mali. Il ricordo del 2006, l'ultima vera gioia, appare ora come un miraggio lontano, un'eccezione che ha mascherato per troppo tempo le crepe profonde del sistema.
Ventura ha ripercorso le delusioni successive: l’eliminazione nel 2010, nel 2014, e l’incredibile fallimento nel 2018 contro la Svezia, una squadra arrivata quinta al Mondiale. “L’attacco fu personale, bisognava trovare un capro espiatorio”, ha ammesso, riferendosi alle pesanti critiche che subì in seguito a quella partita. “Fu una violenza in alcuni casi anche gratuita. Certamente ha inciso sulla mia scelta di staccare.”

La ricetta impossibile: ripartire dalle fondamenta
Ma la vera denuncia di Ventura riguarda la mancanza di una visione strategica a lungo termine. “Se riprenderei una patata bollente come quella della Nazionale? Assolutamente no. Non l'avrei voluta prendere neanche quando l'ho presa”, ha affermato con chiarezza. “Chiunque siederà sulla panchina azzurra, incontrerà difficoltà oggettive”.
Ventura ha riproposto una vecchia idea, un report che aveva presentato anche Baggio, incentrato sulla valorizzazione dei giovani. “I palazzi si costruiscono dalle fondamenta, non dall'attico”, ha sottolineato. “Una volta, i giovani giocavano 4-5 ore al giorno, tutti i giorni, per strada o negli oratori. Se questi spazi non ci sono più, bisogna crearli.”
Un'attenzione particolare, secondo Ventura, va dedicata alla formazione degli allenatori di base, trasformandoli in veri e propri educatori, capaci di far crescere i talenti non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano. Cita poi esempi concreti: “Vergara, nel Napoli da sempre, non avrebbe giocato neanche un minuto se non ci fossero stati tutti gli infortuni. Lo stesso Pisilli poteva avere molto più minutaggio sulle gambe”.
La priorità, insomma, non deve essere quella di vincere un torneo giovanile, ma di costruire giocatori solidi e pronti per il salto in prima squadra. “Serve cambiare atteggiamento, il modo di proporre e di proporsi”, ha concluso Ventura, lanciando un appello accorato al governo e alla federazione: “Deve intervenire il governo, non solo quello federale. Ognuno ha la propria ricetta. Un conto è dirlo e un conto è poi farlo”.
Il calcio italiano è di fronte a un bivio. Ignorare le parole di Ventura, un uomo che ha vissuto in prima persona le difficoltà del sistema, significherebbe condannarsi a ripetere gli stessi errori, perpetuando un incubo che sembra non avere fine. La strada per la rinascita è ardua, ma l’unica possibile: ripartire dalle fondamenta, con coraggio e visione, prima che sia troppo tardi.
