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Calcio: tutte le notizie

Prima di Malagò ci hanno già provato Elkann, Moratti e Guardiola, tra gli altri, a portare nel mondo del Calcio esponenti di altri sport, con alterne fortune

Calcio: tutte le notizie

Calcio: tutte le notizie

Alessandra Giardini, Collaboratore

9 agosto - 22:27 - MILANO

Giovanni Malagò l'ha definita una rivoluzione culturale. Nominare Diana Bianchedi capo delegazione della nazionale di Mancini per il neo presidente della Figc equivale a "rimettere il Calcio al centro di un dialogo con lo sport a 360 gradi".

Non è il primo a cercare di trapiantare nel mondo del pallone competenze e sensibilità che arrivano da altre discipline. E certamente sa che ogni trapianto si porta dietro il rischio di un rigetto. Il mondo del Calcio è tradizionalmente autoreferenziale, e poco incline alle invasioni di campo.

Velasco: Calcio e pallavolo

Quando Julio Velasco accettò l'incarico di direttore generale della Lazio di Cragnotti al debutto in Borsa, nel 1998, la sfida era doppia: cambiare sport ("sentivo il bisogno di staccarmi dal mondo della pallavolo") e cambiare ruolo, dalla panchina alla scrivania.

Ci aveva già provato anche Silvio Berlusconi a fargli saltare il fosso, così come aveva tentato Dan Peterson ad abbandonare il basket. Velasco era Velasco anche quando Beppe Cormio lo portò a Jesi nel 1983, ad allenare la Tre Valli in A2 e a vivere nel vecchio appartamento dal farmacista di Pianello Vallesina arredato con i mobili della nonna.

Ci mise poco a rivelare la sua aura e il carisma, e non gli ci volle molto per cambiare la mentalità della pallavolo italiana: dopo quattro scudetti e tre Coppe Italia a Modena, nell'89 passò alla Nazionale. Vinse subito l'Europeo, e un anno dopo il Mondiale. Era lui la rivoluzione.

Ma il Calcio è un'altra cosa. E il primo giorno di ritiro alla Lazio, Velasco commise un errore di sottovalutazione: scese in campo con la tuta e gli scarpini insieme ai giocatori. Apriti cielo, cosa vuole questo. Il pallone ha i suoi riti, la sua sacralità, quelli che arrivano da fuori sono visti con sospetto, e figuriamoci se scardinano principi millenari: i dirigenti sono quelli che stanno dietro la scrivania, e la pallavolo è quel gioco che si fa con le mani.

"Forse qualcuno pensò che volevo farmi notare, ma io volevo solo studiare bene l'ambiente all'interno della squadra". Quel giorno Julio capì che i dirigenti meno si vedono e meglio è. "I protagonisti devono essere sempre e solo i giocatori".

Quella era una Lazio lussuosa, nel giro di qualche anno avrebbe vinto scudetto e Supercoppa Europea. Le prime crepe il giorno che arrivò la notizia dell'ingaggio di Bobo Vieri. Velasco era ai sorteggi europei in rappresentanza del club, e i giornalisti andarono da lui a chiedergli di Vieri, ma lui non ne sapeva niente, e negò.

Velasco alla Lazio doveva essere gli occhi di Cragnotti: vigilare su Sven Goran Eriksson, sullo staff sanitario, e tenere i rapporti con i giocatori. Al tecnico ovviamente non piaceva avere qualcuno con cui rapportarsi, qualcuno che poi veniva dalla pallavolo.

Per gli altri dirigenti la situazione era ancora più complessa. La Lazio era un club in crescita, con un pubblico sempre più esigente e con il desiderio di tornare ai vertici del calcio italiano. Era necessario un equilibrio precario tra la gestione tecnica e quella amministrativa, e Velasco si ritrovò a dover gestire questo equilibrio.

In questo senso, la sua esperienza alla Lazio è stata fondamentale per comprendere il calcio come sport diverso dalle altre discipline, con regole e tradizioni proprie. E forse, proprio grazie a questa esperienza, Malagò può puntare a una vera rivoluzione culturale, aprendo il calcio a nuove idee e competenze. Il tempo dirà se riuscirà a convincere tutti.