Stendhal al calcio: il milan-juve è solo l'inizio
Un’esplosione di gol, un’atmosfera elettrica, un’urgenza che sfugge al grigiore quotidiano. Dopo Milan-Juve, la Serie A ha subito un colpo di genio, un’iniezione di passione che forse non ci aspettavamo.

Un louvre in campo: perché il calcio italiano ha bisogno di musei.
Molti si stanno ancora riprendendo dai postumi della Sindrome di Stendhal, quelle vertigini e tachicardie che colpiscono chi si trova di fronte a una bellezza travolgente. Dentro il derby tra PSG e Bayern, c’era un vero e proprio Louvre. Sintomi simili li stiamo smaltendo noi, dopo Milan-Juve. E, diciamocelo chiaramente, è comodo.
“Beh, comodo. Loro hanno Olise e Kvara…”. Ma non è solo questione di talento, è una questione di valori. Riascoltate Kompany: “Davanti a uno spettacolo del genere gli spettatori non possono lamentarsi”. E Luis Enrique: “Mai vista una partita con questa intensità e voglia di vincere. Bravi tutti”. I tifosi si saranno divertiti, e questo è fondamentale.
Non parlano solo dei rigori e del risultato, si preoccupano dello spettacolo, della gente. Chi lo fa da noi? I nostri commentatori ricorrono a slogan banali, a frasi fatte. “Per il divertimento andate al circo”, come se lo sport fosse una mera forma di intrattenimento. È un’offesa, una sottovalutazione dell’anima che ci lega a questo gioco.
Luis Enrique, invece, promette: “Il ritorno sarà più bello. Attaccheremo ancora”. E forse ha ragione. Dobbiamo recuperare la responsabilità del divertimento, trasformare gli stadi in veri e propri musei di bellezza, come accade all’estero. Gasp a Bergamo e Cesc a Como hanno dimostrato che è possibile.
“Bello, ma se non faccio risultato, mi cacciano”, dice il mister. Ti cacciano anche se si svuotano gli stadi, perché il circo chiude. “Un’italiana non avrebbe mai subito 2 gol sul 5-2”. Ma non ne avrebbe fatti 5. I 9 gol e l’allegria offensiva di Parigi hanno stregato i bambini e gli innamorati del gioco. È quella passione che il nostro calcio decaduto deve rimontare. Con l’arte, con la ricerca di un’identità, con la volontà di stupire e di emozionare, non più di limitarsi a inseguire il risultato. Non saremo guariti quando torneremo al Mondiale, ma quando i nostri stadi proveranno quella sensazione di Stendhal, di fronte a un’esplosione di talento e di gioco. Un’esplosione che ci riporti a ricordare perché amiamo questo sport.
