Pechino sfugge alle sanzioni: riserve di petrolio russe e iraniane in crescita
Mentre il Medio Oriente brucia, la Cina non solo osserva, ma rafforza le proprie riserve di petrolio, importando volumi significativi da Russia e Iran, Paesi soggetti a sanzioni occidentali. Una mossa strategica che le permette di cavalcare l'onda della crisi energetica globale, pena che sta colpendo duramente altri Paesi.

Il ruolo chiave delle raffinerie 'teapot'
Secondo i dati di Kpler, Pechino ha importato circa 10,19 milioni di barili al giorno di greggio a marzo, una cifra che, pur inferiore a febbraio, rimane in linea con la media del 2025. Ma la vera chiave di volta è l'origine di queste forniture: un flusso costante da Teheran, che consente alla Repubblica Islamica di aggirare le restrizioni tramite lo Stretto di Hormuz, e da Mosca, dove i flussi, pur leggermente diminuiti dopo l'escalation del conflitto, restano consistenti.
A garantire la continuità di questo approvvigionamento, e a costi vantaggiosi, sono le cosiddette raffinerie 'teapot', piccole imprese private situate principalmente nella provincia dello Shandong. Queste strutture, dal nome evocativo che richiama la forma di una teiera, gestiscono il petrolio proveniente dalle 'flotte ombra', navi non assicurate che operano al di fuori dei canali commerciali tradizionali. Una rete complessa e opaca, ma che si rivela fondamentale per aggirare le sanzioni e garantire l'indipendenza energetica cinese.
La cifra che lascia senza fiato? Pechino ha accumulato una riserva di ben 1,2 miliardi di barili all'inizio del 2026, sufficienti a coprire circa 109 giorni di importazioni via mare. Un cuscinetto strategico che le consente di affrontare con maggiore serenità le fluttuazioni del mercato e le tensioni geopolitiche.
Certo, l'aumento dei prezzi globali dell'energia si fa sentire anche in Cina, ma la capacità di accedere a fonti alternative, anche se controverse, le conferisce un vantaggio competitivo significativo. Mentre l'Occidente si interroga sulle conseguenze della crisi energetica, Pechino consolida la propria posizione, alimentando la crescita economica con un carburante che altri non possono permettersi.
Ma l'equilibrio è precario. La guerra in Medio Oriente, l'intensificarsi delle sanzioni e la volatilità dei mercati rendono incerto il futuro dell'approvvigionamento energetico cinese. L'astuzia geopolitica di Pechino, però, dimostra una resilienza che non va sottovalutata: un gioco ad alto rischio, con vincitori e vinti, dove la posta in gioco è il controllo del futuro energetico del mondo.
