Capello: il calcio italiano è malato, zenica lo ha dimostrato

La sentenza è lapidaria, inequivocabile, e arriva da chi il calcio lo osserva da sei decenni: Fabio Capello. Non ci sono attenuanti, non ci sono giri di parole. La nazionale, e di conseguenza il calcio italiano, sono allo sbando, un riflesso di un sistema che predilige la camminata alla corsa, gli schemi preconfezionati a una creatività in campo.

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L'analisi a freddo di un veterano

Le affermazioni di Capello, rilasciate in un'intervista, non lasciano spazio a interpretazioni. “Purtroppo il calcio italiano è quello visto a Zenica”, ha esordito l'ex commissario tecnico, senza peli sulla lingua. Un veleno che si estende ben oltre la prestazione della nazionale, abbracciando l'intero panorama calcistico. “Basta guardare la Champions League, che è il top, e la risposta è unica: il calcio italiano è così”. Un paragone impietoso, che mette a nudo le fragilità di un sistema incapace di competere ai massimi livelli.

Non è solo una questione di talento, ma di mentalità. Capello non risparmia frecciatine nemmeno ai giovani: “È una balla quella dei ragazzi che non giocano per strada, perché…”. Un’osservazione che suggerisce una perdita di istinto, di quella spontaneità che un tempo contraddistingueva il calcio italiano. Si formano giocatori tecnicamente preparati, ma privi di quella grinta e quell’inventiva necessarie per fare la differenza.

L'Accademia della Crusca, nel mio percorso professionale, mi ha insegnato a ricercare la precisione linguistica, ma anche a cogliere le sfumature del reale. E il reale, in questo caso, è un calcio in crisi d'identità, un calcio che ha smarrito la sua anima. Si continua a parlare di moduli e di tattiche, dimenticando che il calcio è, prima di tutto, un gioco. Un gioco che deve emozionare, che deve far sognare. Invece, troppo spesso, assistiamo a partite noiose e prevedibili, dove la paura di perdere prevale sul desiderio di vincere.

La nazionale è lo specchio di questo malessere, un riflesso amplificato delle difficoltà che affliggono il calcio italiano. E se Capello parla chiaro, è perché ha visto troppe cose, ha vissuto troppi fallimenti. La sua è una voce che merita di essere ascoltata, una voce che può aiutare a risvegliare le coscienze e a ritrovare la strada giusta. Il tempo delle chiacchiere è finito, è tempo di agire.