Manninger: 'buffon, un cecchino dei rigori. e conte, l'unico a credere allo scudetto'
Alexander Manninger, ex portiere di Juventus, Arsenal e Fiorentina, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport che getta nuova luce su alcuni capitoli del suo passato calcistico, tra aneddoti, rimpianti e un ritorno alla semplicità che lo vede ora impegnato nella costruzione di una casa tra le montagne.
Un rapporto speciale con buffon e del piero
Il racconto di Manninger si apre con un’immagine vivida: le sfide a fine allenamento con Gigi Buffon, un “cecchino dei rigori” e un compagno di risate. “Ale è pure un grande golfista, ogni tanto ci sentiamo per parlarne. Prima o poi ci sfideremo, come facevamo su rigori e punizioni alla Juventus.” Un legame, quello con Buffon, fatto di rispetto reciproco e di un’ammirazione per la sua tranquillità innata, che il giovane Manninger cercava di comprendere.
Ma non solo Buffon: anche Alessandro Del Piero, con il suo impegno costante e la sua dedizione, ricordano a Manninger i valori che oggi sembrano mancare nel calcio moderno. “Ah, come mancano figure come Del Piero, Buffon e compagnia…”, un’ammissione velata di nostalgia per un’epoca in cui la passione e il lavoro duro prevalevano sugli eccessi mediatici.

Il riscatto con conte e il rimpianto per firenze
L'esperienza alla Juventus, sebbene arrivata dopo un mancato approccio dieci anni prima, si rivelò un punto di svolta. “Tornarci era il mio obiettivo.” E fu proprio con Antonio Conte che Manninger trovò il giusto ambiente per esprimere il proprio valore. “Conte mi colpì subito: ricordo che all’inizio era l’unico a credere nella vittoria dello Scudetto. Noi venivamo da due settimi posti e da una serie di scelte societarie sbagliate e confuse. Lui ha rimesso la chiesa al centro del villaggio.” Un’affermazione che sottolinea la capacità di Conte di ristabilire un clima di fiducia e determinazione all’interno dello spogliatoio.
Il capitolo Fiorentina, invece, è segnato da un profondo rimpianto. “Già e fu una decisione sbagliata.” Un’esperienza segnata da difficoltà economiche e da un senso di precarietà che minacciavano la stessa sopravvivenza della squadra. “Per diversi mesi non abbiamo preso lo stipendio. L’allenatore era Mancini e ogni tanto ci diceva. 'Chissà se ci alleniamo domani'. Scherzava, ma sapevamo tutti che potevamo fallire da un momento all’altro.”

Il falegname e la nuova vita
Oggi, Manninger ha scelto una vita più semplice, lontana dai riflettori e dai palcoscenici del calcio. Impegnato nella costruzione di una casa tra le montagne, ha riscoperto il valore del lavoro manuale e della fatica. “Fare il falegname mi ha insegnato l’importanza del sudore e dei sacrifici.” Un ritorno alle origini che gli permette di godere della tranquillità e della serenità che il mondo del calcio, con la sua frenesia e i suoi eccessi, non gli aveva saputo offrire.
Il calcio di oggi, secondo Manninger, è un mondo dominato dalla moda e dal business, dove l’attenzione è rivolta ai look e ai post sui social media piuttosto che all'impegno e alla dedizione. Un mondo che, a suo dire, ha perso figure autentiche come Del Piero e Buffon.
