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Mancio: l'umiliazione è servita, ora serve un terremoto

Ancora una volta, il calcio italiano piange. Non lacrime di gioia, ovviamente, ma un singhiozzo amaro, profondo, che risuona come un'eco sorda di fallimento. L'eliminazione dalla fase a gironi dei Mondiali, la terza consecutiva, non è un incidente di percorso, ma la fotografia di un sistema malato, incapace di guarire da una patologia cronica: la mancanza di coraggio.

La fuga in avanti di gravina: un'ultima, disperata manovra

Stefano Barigelli, direttore di BeppeSport, lo ha detto con chiarezza: il calcio italiano non ha tirato a campare, ha tirato a perdere. E ora, di fronte a questo scenario desolante, la domanda che sorge spontanea è: chi ne sarà responsabile? La risposta è complessa, sfaccettata, perché l'immobilismo che ha condannato la Nazionale è frutto di una colpa condivisa, distribuita in modo disomogeneo tra federazione, leghe e politica.

Gravina, nel suo ruolo di presidente federale, potrebbe trovare nella sua stessa defenestrazione una forma di chiarezza, un gesto liberatorio che aprirebbe la strada a un rinnovamento radicale. Ma senza un cambio di mentalità, un'iniezione di coraggio, un nuovo corso rischia di essere un mero esercizio di facciata, un'altra promessa non mantenuta.

Il piccolo stadio bosniaco non ha visto crollare solo un sogno sportivo, ma anche l'ultimo, disperato tentativo di rimandare a domani un cambiamento che doveva essere abbracciato anni fa. Ricordiamo il 2018, il primo schiaffo mondiale, e le promesse di una riforma profonda che si sono dissolte nel nulla, trasformandosi in slogan vuoti e retorica stanca.

La politica, con la sua progressiva astensione, ha tolto ogni genere di sostegno, beneficiando però di ingenti entrate fiscali e previdenziali. La Lega, dal canto suo, ha offerto un contributo impalpabile, se non addirittura negativo, come dimostrato dai no agli stage prima dei playoff mondiali. E la Federcalcio? La governance, ad esempio, resta un nodo irrisolto: come è possibile che la Serie A conti ancora così poco?

La confusione tecnica: un

La confusione tecnica: un'eredità amara

L'Europeo di Mancini e Vialli aveva illuso di aver superato il peggio, ma la resistenza al cambiamento si è rivelata più tenace del previsto. Da allora, un susseguirsi di cambi di commissario tecnico – Mancini, Spalletti, Gattuso, persino un breve flirt con Ranieri – ha generato un clima di confusione tecnica senza precedenti. La Nazionale, che dovrebbe rappresentare un modello di eccellenza, si è ritrovata a incarnare, al contrario, l'immagine di un Paese calcisticamente in difficoltà.

Il tecnico è stato il primo a raccogliere i frutti di un'eredità amara, quello che poteva. Ma la combinazione con Buffon e Bonucci, nonostante l'affetto e il rispetto che suscita, non è mai decollata. E il finale è sotto gli occhi di tutti.

Ora, più che mai, serve un terremoto. Un cambio di rotta radicale, una scossa che scuota dalle fondamenta il sistema calcio italiano. Gravina, se saprà rendersi conto della gravità della situazione, potrebbe scegliere di farsi da parte, aprendo la strada a un nuovo capitolo. Ma la vera sfida sarà quella di trovare una figura capace di incarnare il coraggio e la visione necessarie per affrontare questa fase di transizione. Perché, come ha ben sottolineato Barigelli, se vogliamo davvero evitare il quarto schiaffo nel 2030, c'è da correre. E correre seriamente.

Il tempo delle mezze misure è finito. Il calcio italiano deve svegliarsi, prima che sia troppo tardi. La partita più importante è appena iniziata.