Il futuro del calcio: malagò in pole position, ma la politica è agguerrita

Il calcio italiano è sull'orlo di una svolta. Mentre l'eco dell'ennesimo fallimento mondiale si attenua e le dimissioni di Gravina lasciano un vuoto in Federazione, l'attenzione si concentra sull'elezione del nuovo presidente, un voto che definirà il futuro del movimento sportivo nazionale. Non si tratta solo di scegliere un volto nuovo, ma di tracciare una rotta verso il Mondiale del 2030, evitando il dramma di dover lottare per la qualificazione con un’Italia in ginocchio.

La corsa è già iniziata: malagò, il favorito con un calcolo perfetto

Lunedì 22 giugno si voterà, ma il vero gioco si sta consumando nelle settimane che precedono la chiusura delle candidature, fissata per il 13 maggio. Al momento, Giovanni Malagò si presenta come il candidato più accreditato, un uomo dalle molteplici competenze e con una rete di contatti che spaziano dalla politica allo sport internazionale. La sua capacità di prevedere l'esito delle votazioni, una sorta di innata abilità di calcolo politico, lo rende un avversario temibile. Non si tratta di fortuna, ma di un’attenta analisi del terreno di gioco, come dimostrato dalla sua accurata previsione sulla vittoria di Buonfiglio su Pancalli.

Ma la politica, quella vera, è già entrata in gioco. Le alleanze si stringono e si allentano, i sondaggi vengono analizzati al microscopio, e ogni frase pronunciata dai dirigenti federativi viene interpretata come un segnale. Giancarlo Abete, presidente della LND, è uno dei nomi più caldi, un “anti-Malagò” che, pur consapevole di non poter ambire alla vittoria, cerca di far sentire la propria voce. Le sue parole, uscite appena dopo le dimissioni di Gravina, sono state particolarmente eloquenti: un chiaro invito a coinvolgerlo nel processo decisionale, sottolineando il peso del 34% dei voti detenuto dalla LND in Assemblea.

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Sorprese all'orizzonte: un calciatore in lizza?

Le prossime cinque settimane saranno decisive. Non è escluso che emergano candidati a sorpresa, soprattutto dal mondo del calcio. Si parla di Maldini, Del Piero, e addirittura di Albertini, che aveva già tentato la scalata nel 2014. L'assenza di figure di spicco con un programma solido potrebbe favorire l'emergere di queste opzioni, alimentando la speranza di un cambiamento radicale. Ma l'esperienza insegna che, in assenza di un leader riconosciuto, le ultime ore prima della scadenza sono spesso teatro di manovre subdole, volte a togliere voti al candidato più forte. La dispersione dei voti, e il rischio di un commissariamento, sono scenari tutt'altro che remoti, soprattutto se si dovesse arrivare a una situazione simile a quella del 2018, con tre candidati in campo.

La scelta è complessa e le responsabilità sono enormi. Il calcio italiano non può permettersi ulteriori errori, né ulteriori periodi di incertezza. La ripartenza passa da una leadership forte e competente, capace di unire le diverse anime del movimento sportivo e di guidare l'Italia verso un futuro di successi. Il 13 maggio sarà un giorno cruciale, ma il vero esito si vedrà sul campo, tra quattro anni, quando l'Italia dovrà dimostrare di essere tornata ad essere una potenza del calcio mondiale. La posta in gioco è troppo alta per giocare d'azzardo.